domenica 20 luglio 2008

A PESCA DI PIGHI

Il sole era sceso dietro le colline che circondano il lago, un refolo di vento spazzò le placide acque lacustre. Ero lì sul pontile a pescare fin dal primo pomeriggio in compagnia di altri pescatori. Ognuno con il suo sgabellino, con una o due canne disponibili con a fianco la cassetta piena di ami, fili, piombi e quanto altro serve a un buon pescatore, silenziosi con lo sguardo fisso alle acque del lago ad osservare il proprio galleggiante, anche se poi ogni tanto ci si sbircia l’un l’altro, per vedere se si pesca e cosa si cattura.
Comunque non era andata male, una decina di pighi riempivano il mio cerignolo, frutto della mia pesca in quel caldo pomeriggio di fine estate.
Quel refolo di vento mi fece pensare che stava cambiando la situazione climatica e forse i pighi avrebbero smesso di mangiare.
Decisi di restare ancora un po’, poi come gli altri pescatori che avevano già lasciato il pontile, anch’io avrei riposto tutta la mia attrezzatura e sarei tornato a casa. Mi guardai intorno e mi accorsi che sul pontile ero rimasto il solo a pescare.
Ripresi la mia attività di pesca che in quel momento consisteva nel fissare il mio piccolo galleggiante, che ondeggiava nelle tranquille acque del lago increspate da leggere folate di vento.
Un brivido di freddo, frutto della brezza e dell’escursione termica causata dal tramonto del sole, mi convinse che mi dovevo coprire con qualcosa di più pesante della sola canotta colorata che indossavo. Mi alzai dallo sgabello, per indossare una felpa, quando notai una ragazza che si era avvicinata senza fare rumore.
Educatamente, quando incrociai il suo sguardo, le sorrisi e notai in quel momento che si stava asciugando gli occhi con un fazzolettino. Lei ricambiò il mio sorriso con un leggero movimento delle labbra che voleva simulare un sorriso poi singhiozzò e alzò il suo sguardo verso le colline.
Ripresi il mio posto sullo sgabello e tornai ad osservare o meglio a controllare il galleggiante.
Dopo qualche minuto la ragazza mi si avvicinò e si mise sul bordo del pontile, e si sporse per vedere meglio dove l’acqua lambiva il piede del pontile e mi disse: - Preso niente?
- Ma certo risposi ( poi con fare trionfale tira fuori dall’acqua il mio cerignolo pieno di pesci per mostrarli fieramente alla ragazza) una decina di pighi.
- Le dispiace se mi siedo qui vicino a lei? – mi domandò la ragazza
- Ma no, si accomodi pure. – risposi alquanto imbarazzato.
Lei si sedette sul bordo del pontile con le gambe a penzoloni, con i piedi che sfioravano le acque del lago. Restammo alcuni minuti così silenziosi, lei che guardava il panorama senza un punto fisso, ogni tanto si asciugava gli occhi con il piccolo fazzolettino che teneva stretto in un pugno mentre io ero sempre più imbarazzato da quella compagnia silenziosa e piangente e osservavo il mio galleggiante, con la certezza che i pighi si erano trasferiti altrove.
Comunque, mi feci forza e cercai di rompere il ghiaccio che c’era tra di noi e così tentai d’iniziare un discorso con quella ragazza silenziosa, nel più banale dei modi, con la più banale delle domande che potessi fare.
- Posso chiederle come mai una bella ragazza viene qui sul pontile a piangere?
Non avessi mai fatto quella domanda! La ragazza non si trattenne più e scoppiò in un pianto dirotto e irrefrenabile. Ed io sono rimasto lì come un imbecille incapace di qualsiasi ragionamento o di una qualsiasi azione.
Dopo alcuni minuti la ragazza si riprese, si asciugò ancora gli occhi, mi guardò e mi disse: - Mi scusi.
- No, no mi scusi lei, non volevo essere indiscreto.- Le dissi imbarazzatissimo, mi sarei voluto nascondere dietro il galleggiante che dondolava nelle lievi increspature dell’acque del lago.
La ragazza tornò a guardare il panorama e dopo alcuni minuti… mi disse: - Mi scusi sa, ma sono sotto un treno, sto vivendo un momento difficile.
- Mi dispiace. Niente di grave spero. A tutto c’è rimedio.
- No, nel mio caso non c’è più rimedio. E’ un caso disperato.
- Ma no signorina non si preoccupi, a tutto c’è rimedio.
La ragazza, alzò lo sguardo al cielo e seguì per alcuni istanti con lo sguardo un gabbiano che passava. E poi riprese a parlare.
- Mi scusi ancora, non volevo metterla in difficoltà.
- Ma si figuri signorina. (E poi chissà da quale parte recondita del mio cervello nacque l’idea di fare un'altra di quelle banali domande che ti fanno fare la figura dell’imbecille) – Cosa è stato, un affare di cuore?
La ragazza scoppiò ancora una volta nel suo pianto irrefrenabile e incontrollato, e mentre io la guardavo piangere il galleggiante sparì sotto l’acqua, un altro pigo aveva abboccato all’amo e io non sapevo cosa fare, se consolare la ragazza o recuperare la lenza con un probabile pigo abboccato all’amo.
Fu lei a tirarmi fuori dall’indecisione.
- Su si sbrighi che il galleggiante è giù, forza tiri fuori il pesce.
E così, incitato dalla ragazza, con una certa frenesia recuperai l’ennesimo pigo, lo slamai deponendolo infine nel cerignolo insieme agli altri.
Quindi, con molta calma, cercando di nascondere il disagio che mi creava quella situazione, misi due bigattini sull’amo e lanciai. Un leggero recupero per sistemare il galleggiante e per far sì che l’amo si posizionasse nel punto giusto. Poi lanciai un occhiata furtiva per vedere cosa sta facendo la misteriosa e piangente compagna e ripresi con noncuranza ad osservare il lago cercando così di nascondere il mio disagio.
Sento la ragazza soffiarsi il naso, poi un ennesimo singhiozzo, mentre nei miei pensieri spero che decida presto di tornare da dove era venuta, invece lei riprende a parlare.
-Si è un problema di cuore, anzi di più… – Una breve pausa e poi continua – Mi dovevo sposare domani.
- Ops - la più banale delle esclamazione esce dalla mia bocca, se la banalità avesse un volto avrebbe il mio di quel pomeriggio d’estate, poi come un automa gli domando – e cosa è successo?
Non l’avessi mai fatto, la ragazza lanciò un grido straziante e ricomincio a piangere disperata, quanto avrei voluto che un pigo abboccasse il quel momento, invece ero lì inerme, pietrificato e allibito incapace di qualunque gesto e pensiero; non sapevo proprio come tirarmi fuori da quella situazione inconsueta per un pescatore di pighi.
Lanciai uno sguardo lungo il pontile sperando che ci fosse qualcuno a cui chiedere aiuto, ma per tutta la lunghezza del pontile che si prolungava dal lungolago verso il centro nel lago non c’era nessuno oltre noi due: un pescatore di pighi e una ragazza disperata che non smetteva di piangere.
Dopo alcuni minuti di pianto dirotto, la ragazza si soffiò il naso per l’ennesima volta; si asciugo gli occhi e torno a guardare il lago, mentre io cominciai a seguire il volo delle rondini che garrendo si gettavano in picchiata fino a sfiorare il lago a caccia di insetti.
Mentre pensavo, “adesso se ne andrà”, e non solo lo pensavo ma lo speravo intensamente perchè stavo lentamente scivolando nel panico più totale, lei riprese a parlare.
- Da qualche tempo era strano, non voleva più stare da solo con me. Uscivamo solo insieme agli amici o ai parenti. Non ci appartavamo più in macchina a fare l’amore come facevamo prima. Quando ero sola in casa trovava scuse per non venire. E quando gli dicevo ma perché non facciamo più l’amore? Lui mi diceva: “amore sarà più bello con un po’ d’astinenza dopo il matrimonio”.
- E quando durò questo periodo d’astinenza? (e come feci questa domanda mi morsi la lingua, potevo starmene zitto, invece no)
- Sei mesi, capisci sei mesi.
E scoppiò nuovamente a piangere.
Il galleggiante ebbe un sussulto, mi agitai inutilmente, era un falso allarme, e lei riprese a parlare, ancora una volta.
- Sei mesi, per sei mesi mi ha preso in giro. Capisci, mi ha fatto preparare il matrimonio da sola. Ho pensato a tutto io. Gli dicevo: amore devo prenotare il ristorante, e lui mi rispondeva, pensaci tu che sei brava; Amore devo ordinare le bomboniere, pensaci tu che hai buon gusto; amore dove andiamo in viaggio di nozze? Pensaci tu che sai sempre dove andare; Lo sai non si era comprato neanche il vestito da cerimonia. Gli dicevo: amore hai comprato l’abito da cerimonia? Ma certo, vedrai rimarrai sorpresa…. l’animaccia sua e dove si trova, sono rimasta sorpresa sì, eccome se sono rimasta sorpresa.
Rimase un po’ di tempo a contemplare il lago, mentre io stavo cercando una soluzione a quella situazione e poi senti squillare la sua voce che rifece sobbalzare.
- Ma ti rendi conto?
Io la guardai strabuzzando gli occhi, senza sapere cosa dire, e lei incalzò.
- Ma ti rendi conto?
Allora timidamente dissi: - Veramente no.
- Come no? Per sei mesi mi ha preso in giro, mi ha tradito con la mia migliore amica, con mia cugina, l’animaccia sua un'altra volta.. che vivo a fà? Sarebbe il caso di farla finita non credi? Basta con tutta questa sofferenza. Non è giusto soffrire così per amore.
- é vero, non è giusto soffrire così per amore, però bisogna farsi coraggio, il mondo va avanti.
- Va avanti per gli altri, per quell’imbecille del mio ex e quella zozza e traditrice di mia cugina. Per loro va avanti il mondo, non per me, ormai è giunta notte per me, devo farla finita con questa vita da schifo.
- Ma no signorina, si faccia coraggio, vedrà domani le cose andranno meglio.
- Non c’è domani per me, non c’è futuro, basta voglio farla finita.
Non sapendo più cosa dire, rimasi in silenzio e imbarazzato tornai a guardare verso il lago; ormai si stava facendo notte, il sole era calato da un pezzo. Si erano accesi i lampioni delle strade e anche quelle del pontile. Ancora una volta gli feci una domanda, della quale mi pentii di avergliela fatta un secondo dopo aver parlato.
- Mi scusi signorina, ma quando ha scoperto il tutto, quando ha scoperto la tresca amorosa del suo ex ? Quando è che vi siete lasciati?
La ragazza mi guardò con gli occhi pieni di rabbia e di sofferenza, lanciavano strali di fuoco ed ho pensato adesso mi picchia; poi lanciò il solito grido e scoppiò ancora una volta in un pianto dirotto. Ed io ero lì, e non vi ricordo per l’ennesima volta mia situazione, tornai a guardare verso il galleggiante. Poi la sentii che si soffiava il naso, mi girai a guardala e vidi deporre il fazzolettino ormai stracarico di lacrime nella borsetta e ne prese un altro (forse ne aveva una scorta) e si asciugò gli occhi.
- Lo sa quando mi ha lasciato? Oggi. Il giorno prima delle nozze. Bastardo. Lo sai cosa mi ha detto?
Si fermò in attesa di una mia risposta, La guardai fissa e poi ancora una volta impacciatissimo gli dissi, scrollando la testa in senso di diniego.
- No signorina cosa le ha detto?
- Sai, devo dirti una cosa importante, non ho comprato l’abito.
- Davvero? - Dissi a sottolineare quanto mi aveva detto.
- Allora gli ho detto, perché non l’hai comprato, domani ci sposiamo E lui mi ha risposto perchè non voglio più sposarti, amo tua cugina.
E qui non c’è bisogno che ve lo ridica cosa è successo.
Comunque finito l’ennesimo periodo di pianto, dopo essersi asciugata ancor una volta le lacrime, si alza e mi porge la mano per stringerla mi dice: - Arrivederci e grazie di avermi ascoltata, di aver ascoltato pazientemente una povera ragazza senza futuro. Grazie.
Mi lascia la mano e se ne va.
Io tirai un sospiro di sollievo e pensai “finalmente se ne andata”, e tornai a guardare il galleggiante, che ormai con l’oscurità diventava sempre meno visibile,.
Saranno passati alcuni minuti, tre o quattro non di più da quando la ragazza mi ha salutato, che sento un gran tonfo,come se qualcosa di grosso sia caduto in acqua, Mi volto e il pontile è deserto, non è possibile che la ragazza in poco tempo sia arrivata in fondo al pontile, allora mi domando dove è scomparsa. Poi mi affiora un pensiero “ vuoi vedere che questa si è buttata in acqua, vuoi vedere che si è ammazzata”; quando sento dei gridolini soffocati e del rumore come di qualcuno che sta annaspando nell’acqua. Subito mi alzo e cerco di capire da dove vengono le grida e il rumore, percorro un ventina di metri del pontile verso le grida e vedo la ragazza nell’acque del lago che annaspa nel tentativo di rimanere a galla.
Mi tolgo la felpa, mi sfilo i sandali e mi tuffo in acqua.
Fortunatamente avevo fatto in passato un corso di soccorso in mare, e con due bracciate raggiungo la ragazza, sapendo bene come intervenire, la prendo da dietro e nuoto fino alle scalette che permettono dal lago di risalire sul pontile.
E mentre la ragazza è sdraiata sull’asfalto del pontile e tossisce per sputare l’acqua che ha ingoiato e contemporaneamente cerca di respirare a pieni polmoni e io sono chinato sui fianchi nel cercare di riprendere fiato dopo lo sforzo compiuto e in quel momento cominciai ad aggredire verbalmente la ragazza.
- Lei signorina è una pazza, cercare di togliersi la vita in questo modo. Lei è pazza, una pazza da legare. Ma perché ha tentato il suicidio per un imbecille come il suo ex?.
Mi rialzo respirando a pieni polmoni e vedo gente correre verso di noi dall’inizio del pontile; avevano visto tutto e stavano correndo in nostro aiuto.
La ragazza si mette seduta, tira un gran sospiro e poi mi dice: - Ma quale suicidio, io mi ero sporta per cercare di vedere i pighi tra le acque e sono scivolata nel lago.
Comincio a ridere, poi gli porgo la mano per aiutarla a rialzarsi e gli dico: - Guardi siamo tutte e due fradici per il bagno che ci siamo fatti, considerato che domani non avevo niente da fare e il suo appuntamento è stato disdetto, che dice se ci vediamo qui verso quest’ora e riparliamo di tutta questa storia?

Questo è il terzo anniversario di quella grande pescata, ogni anno nello stesso giorno torno qui a pescare, anche se pighi oggi non ne ho preso neanche uno. Mia moglie mi aspetta a casa, ed è anche in attesa di un bambino, ogni volta che gli amici ci chiedono come ci siamo conosciuti, noi raccontiamo di come l’ ho ripescata in una sera d’estate.

A proposito mia moglie si chiama Alice.

sabato 9 febbraio 2008

FERMATE IL MONDO VOGLIO SCENDERE

Suonò la campana dell’ultima ora e per Sandro fu una liberazione.
Il professore Spinsanti Sandro, chiuse il registro di classe, rimandò il ragazzo che stava interrogando al suo posto, poi ordino ai ragazzi della classe di rimettere a posto le loro cose, per poter uscire dall’aula.
Sandro rimise, tutto ciò che era di suo sparso sulla cattedra, nella sua ventiquattrore. Poi segui la classe, che uscendo dall’aula aveva invaso il corridoio, e nel vociare confuso si avviava all’uscita della scuola.
Da ben dieci anni insegnava Sandro e otto in quella scuola.
Non stava attraversando un buon periodo Sandro.
Si sentiva stanco
E’ giovane, solo trentasette anni, ma si sente come uno che vive da un secolo.
Ma non era il suo fisico che era stanco, bensì nella sua mente.
Ogni giorno affrontare la classe diventava sempre più difficile.
Ogni giorno si proponeva di mantenersi calmo, ma poi... quei ragazzi, i loro giochi, le loro risatine sotto i baffi, la strafottenza, le smargiassate di alcuni e tutto precipitava.
Sandro sapeva che qualcosa non andava in lui, avrebbe voluto cambiare la sua vita, ma era così difficile trovare una soluzione.
Era ricorso ai medicinali, si era preso periodi di riposo, ma niente era valso. Dopo un certo miglioramento, tutto ricominciava peggio di prima.
Neanche in casa le cose andavano bene. Con sua moglie erano continui litigi, anche per motivi più futili. Liti che crescevano d’intensità ogni volta.
Sandro era proprio stanco. Era tutto così difficile; il rapporto con la moglie, con i familiari, con i colleghi, con i ragazzi della scuola... ogni giorno era più difficile.
Sandro usci dalla scuola, senti distrattamente la voce del portiere che lo salutava: - Arrivederci professor Spinsanti.
Ricambiò il saluto dei colleghi, e dei ragazzi che si allontanavano. Resto alcuni minuti davanti alla scuola, ad osservare il tempo. Guardò il alto verso il cielo, cosi azzurro, così bello. C’era una leggera brezza, ma era un splendido giorno d’ aprile.
Una di quelle splendide giornate di primavera che solo Roma sa donare.
Sandro respirò e penso “è proprio una gran bella giornata” e s’incammino per tornare a casa.
Arrivò alla fermata del bus, si fermò in attesa; sentiva in se, uno stato improvviso di pace e di tranquillità. Restò ad osservare intorno a sé la gente, che tranquilla viveva intorno a lui, è un pensiero improvviso lo travolse “ non è vita la mia”.
Si avvio alla fermata del bus he era solito prendere, quando arrivò, alla fermata c’erano anche dei ragazzi della scuola, alcuni potevano essere tranquillamente dei suoi alunni, ma non li conosceva. Resto ad osservarli.
Pochi minuti e salì sul bus che aspettava. Si sedette in uno di quei sedili che danno le spalle all’ autista, mentre i ragazzi che erano saliti rimasero sulla piattaforma in fondo al bus, continuando a vociare e a ridere. Osservò brevemente i ragazzi, poi decise di leggere il giornale che aveva nella sua ventiquattrore.
Non lesse molto, si sentiva molto stanco, e faceva una gran fatica a seguire ciò che leggeva, dopo pochi minuti, decise di richiudere il giornale deponendolo nella sua ventiquattrore.
Si mise a guardare fuori dal finestrino, i ragazzi in fondo al bus continuavano a scherzare e nel loro giocare alzavano sempre più la loro voce, e questo non faceva che far sentire sempre più a disagio Sandro.
Un ragazzo all’improvviso apri un finestrino e cominciò a gridare fuori: - Fermate il mondo voglio scendere.
La confusione che saliva dal fondo del bus, metteva Sandro in uno stato di agitazione crescente, avrebbe voluto alzare la voce, strillare a quei ragazzi “fatela finita”, avrebbe voluto alzarsi e buttarli fuori dal bus.
L’autobus si fermò alla fermata, e Sandro d’impulso senza riflettere scese.
Cominciò a passeggiare per la città, cercando di calmarsi, la sua mente si svuotò all’improvviso e così il suo passeggiare divenne un girovagare senza metà.
Vagò per tutto il pomeriggio, cammino per le vie, percorse i vicoli, attraverso piazze, ripasso diverse volte sulle stesse vie o piazze.
Non importava dov’era, per lui era importante camminare, camminare senza pensare.
Si fece sera, Sandro si comprò un po' di pizza, e si sedette su una panchina di una piazza qualsiasi, e si osservò intorno, la gente andava per la sua strada, gli sembro che nessuno lo vedesse.
Più tardi riprese a camminare ancora per le vie della città.
Ogni gesto di Sandro era puro istinto, su ogni gesto che compiva non si fermava più a ragionare se era giusto o no.
Ebbe bisogno di pisciare, ed egli lo fece tranquillamente contro un muro, non si preoccupò delle persone che passavano o se era decente la cosa.
Camminò fino a notte inoltrata.
Nel suo girovagare, forse attratto dalla luce su trovo a passare per la Galleria Colonna, molti barboni erano sdraiati in terra, con cartoni sopra e sotto.
Li vide dormire, e senti improvvisamente che anche lui aveva di bisogno di dormire, trovò un cartone, scartato sicuramente da qualcuno dei barboni, e si accomodo tra di loro e si ricoprì e si mise a dormire.
Si sveglio all’alba per il freddo, si alzò e cerco in terra la sua ventiquattr’ore, non la trovò più, nella notte qualcuno gliela aveva sottratta.
Senti in quel momento l’ira nascere in lui per il furto subito. Cerco di controllarsi, ma un turbillon di pensieri incontrollati gli riempirono la mente e con essi crescere l’ira.
Sopraffatto dall’ira, comincio ad imprecare ad alta voce.
Alternava senza un filo logico, frasi di autocommiserazione in cui si lamentava con se stesso della sua sfortuna, con minacce contro i probabili autori del furto, a vere e proprie imprecazioni contro il cielo e contro il mondo

Quando in Sandro s’innescava questo meccanismo, l’ira cresceva a dismisura. Parlando con se stesso si auto alimentava Entrava in un vortice di pensieri, che non facevano altro che alimentare la sua ira., il suo disagio e la sua frustrazione.
I barboni che ancora dormivano, furono svegliati dalle urla di Sandro, e lui improvvisamente cominciò a mollare calcioni ad alcuni barboni che erano ancora seduti in terra.
La reazione dei barboni, fu inaspettata per Sandro. Alcuni cominciarono a rispondergli, offendendolo pesantemente, altri invece reagirono prendendolo a spintoni.
Sandro reagì, rispondendo e spingendo a sua volta i barboni. Rischio di essere sopraffatto, e non gli resto che allontanarsi prima che le cose si mettessero troppo male per lui.
Si allontanò, borbottando, ma senza avere la piena coscienza di cosa era successo.
Si sentiva nervoso, arrabbiato e vittima del sistema.
Non sapeva cosa fare.
Ricominciò a camminare senza metà per la città.
Dopo pochi minuti arrivo in una vasta piazza, si fermo ad una fontanella e si sciacquo il viso, con la mano larga a forma di pettine si sistemo i capelli, infine si sedette su una panchina di marmo.
Non sapeva cosa fare.
Non poteva andare a scuola e presentarsi ai suoi colleghi o ai ragazzi in quelle condizioni.
Non aveva più i suoi appunti e i suoi registri contenuti nella sua ventiquattrore, che gli era stata rubata nella notte; raccontare poi ai colleghi che gli avevano rubato tutto perché si era messo a dormire con i barboni non se la sentiva proprio, già sentiva nella mente i loro commenti.
Ne aveva voglia di tornare a casa, al solo pensiero si senti soffocare.
Ma al pensiero di stare all’aria aperto di non avere niente da fare lo faceva stare bene.
Segui con lo sguardo una bella ragazza, e la vide entrare in bar, gli venne voglia di una caffé
Passò la sua giornata, dopo aver preso un caffé in un bar, in giro per la città senza metà.
Girovago un po' qua e un po’ là, finche arrivò a Villa Borghese.
Era una splendida giornata, si sedette su una panchina e vide dei ragazzi che passeggiavano o giocavano nel parco, anziani che andavano lentamente in biciclette, baby sitter che portavano il bambini a giocare nel parco.
Dopo un po’ si stanco di stare seduto e riprese il suo girovagare, quando aveva fame o sete entrava in un bar o in una tavola calda e si soddisfaceva
Arrivò la sera e si ritrovò sotto il portico, insieme ai barboni con i quali la mattina aveva litigato. Nessuno sembrò riconoscerlo, o perlomeno sembrava che nessuno ricordasse più nulla di quello che era successo quella mattina. Osservò come si erano sistemati, e pensò di fare altrettanto.
Recupero alcuni cartoni, un paio li mise sotto di se, affinché lo separassero dalla terra, con altri si coprì e sprofondò in un profondo sonno, era particolarmente stanco per aver camminato tutto il giorno.
Alle prime luci del giorno Sandro si svegliò, gettò via il cartone che lo ricopriva e si alzò.
Alcuni compagni di strada si erano già alzati, altri dormivano ancora.
S’ incammino verso la piazza che la mattina prima aveva raggiunto in pochi minuti. Si ricordava che vi era una fontanella, e lì avrebbe potuto lavarsi la faccia. Dopo essersi lavato il viso, pensò che ci voleva un buon caffé
Si reco al bar della piazza. Quando andò per pagare, si accorse che nella notte, qualcuno gli aveva rubato anche il portafoglio.
Sandro uscì sconsolato e amareggiato e si sedette in terra di lato alla porta d’ingresso del bar. Non aveva più nulla nelle tasche, non aveva più un soldo, non aveva più una carta di credito, non aveva più un documento, non aveva più neanche le chiavi di casa.
Rimase così, seduto in terra a fianco alla porta di un bar, con lo sguardo nel vuoto.
Dopo alcuni minuti, fu distratto da qualcosa che attraverso il suo campo visivo, e cadde sulle sue mani. Un uomo, uscendo dal bar lascio cadere una banconota da mille lire nelle sue mani. Sandro si alzò, entrò nel bar e prese un caffé. Dopo aver preso un buon caffé, Sandro si andò a sedere sulla panchina di marmo al centro della piazza.
Era ancora una splendida giornata primaverile, splendeva nel cielo di Roma un sole caldo, e Sandro si sentiva in pace.
Sentiva dentro di se una tranquillità che da molto tempo non aveva.
Si guardò intorno a se, vide la gente che correva per prendere il bus, e si dava da fare in mille faccende. Uomini e donne d’affari con le loro ventiquattrore, ragazzi e ragazze a gruppi con le cartelle sulle spalle, casalinghe con le borse piene di spesa. Il mondo correva intorno a lui.
Rimase tutta la mattinata seduto sulla panchina a guardare il mondo.
Verso mezzogiorno Sandro ebbe fame.
Inizialmente non sapeva come fare per pranzare non aveva soldi, ne aveva una minima idea dove andare a mangiare. Penso “morirò di fame”. Poi un altro barbone si sedette a fianco a lui, la cosa inizialmente gli diede fastidio, qualcuno stava invadendo il suo mondo, poi il suo sguardo fu attratto da un a busta che il vicino stringeva gelosamente e su di essa vi lesse “Centro Charitas”.
Già nei locali della stazione, vi era un centro Charitas, Lì si poteva mangiare.
Sandro si guardo ancora una volta intorno e penso “il mondo si è fermato e sono sceso”.
S’incamminò verso il “centro Charitas” , non aveva nessuna voglia di risalire sul quel mondo.

lunedì 14 gennaio 2008

ALLE 20.00 E' BUIO COME A MEZZANOTTE

I
Con il suo yorkshire, un piccolo cagnolino che più che un animale sembra un peluche, una ragazza esce ogni sera a passeggiare nel parco.
A novembre alle 20.00 è già buio come a mezzanotte.
Lei (la ragazza) tutte le sere portava il suo cagnolino nel parco.
Di solito passeggiava solitaria nei viali poco illuminati del parco, ma da qualche giorno non era più sola nelle sue passeggiate serali.
Un nuovo amico l’accompagnava nelle sue passeggiate, anche lui con il suo cagnolino.
Passeggiavano fianco a fianco, lasciando che i loro cagnolini corressero e giocassero liberi nel parco.
Ogni tanto li chiamavano, per controllare dove fossero i due animaletti, ma poi continuavano i loro discorsi.
Lei di solito arrivava prima e poi con ansia aspettava che arrivasse il suo nuovo amico; amico solo da qualche giorno.
Lei aspettava vicino all’ingresso del parco, un timido ciao quasi contemporaneo, e poi s’inoltravano nel parco… e parlavano, parlavano, parlavano.
Parlavano di cantanti, di attori, di canzoni, di scuola, di sogni… e lei sognava l’amore.
Quella sera si era messa una minigonna, perché lui gli aveva espresso il desiderio di vederla almeno una volta in minigonna.
È perché no, perché non accontentare quel piccolo desiderio.
I cani correvano liberi.
Lei s’irrigidì, quando la mano di lui gli afferrò la sua e la strinse con ardore.
Le frasi divennero sconnesse e senza senso.
Poi rimase senza fiato quando le labbra di lui si posarono sulle sue.
Lui la baciava. Lei lo baciava.
Passo di lì un uomo, con un bellissimo boxer al guinzaglio; anche lui a passeggio nel parco.
In un momento di pudore, la ragazza nascose il volto all’uomo, poggiandosi sulla spalla di lui.
Aspettarono che l’uomo si allontanasse.
Lui senza parlare, la condusse dietro un cespuglio; si ritrovarono in terra. Distesi. Lui toccò le sue gambe, completamente scoperte, lei sentì la mano di lui sfilargli le mutandine.
Lui la baciava lei. Lei baciava lui completamente persa.
Poi lei si sentì trafiggere, provo un forte dolore e fu incapace di reagire.
Lui la baciava e ansimava. Ansimava e la baciava.
Rimase immobile, confusa, stordita e attese… attese che lui si fermasse e aspettò un altro bacio.
Silenziosi si alzarono. Nessuna parola. Un disagio profondo li divise in quel momento.
Richiamarono i cani.
All’ingresso del parco sì salutarono… solo ciao.
La ragazza ora passeggia sola nel parco ed è in attesa di un amico che non è più venuto.
Passeggia sola con il suo yorkshire, che più che un animale sembra peluche.

II

Si salutarono, quella sera lui se n’andò senza voltarsi indietro, ma non torno subito a casa, continuò a passeggiare senza meta nei viali della città.
Camminò senza guardare, con lo sguardo dritto davanti a se e la testa piena di domande.
Pensava a cosa era accaduto. A quanto era successo.
Tutto era successo senza pensarci, ma era successo.
Non sapeva se l’amava.
Non sapeva se la voleva.
Non sapeva se la sognava.
Ma era successo.
Di una cosa era certo: lei era bella., Ogni volta che la vedeva si sentiva mozzare il fiato.
Si domandava nella mente:
Perché l’aveva fatto?
Era amore?
Cosa avrebbe fatto il giorno dopo?
Sarebbe tornato nel parco?
Cosa le avrebbe detto dopo il silenzio di quella sera?
Si era fidanzato? O era stata una semplice scopata, quasi rubata.
Confuso passeggiava. Confuso camminava
Senza vedere niente, senza vedere nessuno.
Non vide neppure i fari di una macchina arrivargli addosso.
Senti un gran colpo e gli sembrò di volare.
Poi cadde in terra e smise di pensare.


III

Lei tornò nel parco la sera dopo. Quella seguente E ancora torno e ritorno.
Ma lui non tornò
Lei di lui sapeva solo il nome.
Aveva il numero del suo cellulare.
Conosceva il nome del suo cagnolino.
Sapeva dove andava a scuola.
E poi …. nient’altro.
Lo conosceva da pochi giorni.
Forse dieci, più o meno.
Lo conosceva da troppo poco e sapeva troppo poco di lui.
Il giorno dopo provo a chiamarlo al telefonino; il messaggio registrato era chiaro: “L’utente è irraggiungibile”
Provo ancora. E ancora. Il messaggio era sempre lo stesso.
Lei voleva parlargli
Chiarire
Continuare quella storia, anche come semplici amici.
Ma niente.. lui sparì, non veniva più al parco.
Non rispondeva al telefonino.
E lei non sapeva dove cercarlo
Passò il tempo.
Poi si fece coraggio e andò a cercarlo.
Un giorno molto presto si reco davanti alla sua scuola.
Arrivò molto presto. Voleva essere sicura d’incontrarlo.
Arrivò che la scuola era ancora chiusa.
Vide arrivare il primo studente. Poi il secondo, il terzo.. poi arrivò il quarto.
Attese tutto il giorno.
Forse gli era sfuggito, non l’aveva visto.
Attese la fine delle lezioni ed ecco uscire il primo studente, poi il secondo, il terzo.. poi uscì il custode per chiudere il portone della scuola.
Tornò ancora il giorno dopo, stessa storia ancora una volta, ma non lo vide mai, ma non trovò neanche il coraggio di chiedere a qualcuno degli studenti se lo conoscevano.
Passò ancora diversi giorni davanti alla scuola, ma non lo vide mai entrare o uscire... infine di arrese.
Penso e ripenso,a quanto era accaduto e infine si convinse che l’aveva imbrogliata.
Non rispondeva al telefonino, non andava a scuola, o perlomeno a quella scuola.
Chissà dov’era.
L’ aveva sedotta, si era approfittata di lei.
No, non era così che aveva sognato la prima volta.
Si senti improvvisamente sporca.


IV

A dicembre alle 20.00 è buio come a mezzanotte.
Come tutte le sere continuò a uscire con il suo yorkshire. Non cambio le sue abitudini
Soffriva passare per quel viale, dove aveva passeggiato con lui. Soffriva ricordare. Anche se aveva sempre la remota speranza d’incontrarlo di nuovo.
Dopo qualche giorno, per dimenticare decise di cambiare strada. Scelse nuovi percorsi, nuovi viale del grande parco
Andò in luoghi nuovi, che non la facessero ricordare. Che non la facessero soffrire.
Era passato poco più di un mese da quella sera.
Ancora qualche giorno e si sarebbe festeggiato il Natale. E lei non era nello spirito giusto per festeggiare il Natale.
Si sedette su una panchina lasciando libero il suo yorkshire che sembrava un peluche, affinché fosse libero di correre un po'.
Si sedette e si assentò nei suoi pensieri, osservando il cagnolino correre.
Poi come dal nulla apparve a fianco del suo yorkshire un altro cagnolino che gli sembrò di conoscere.
Sobbalzo.
Era il cane di lui. Lui era tornato, era lì intorno Lei si alzò e guardò intorno ma non riusciva a vederlo.
Poi udii una voce che richiamava il cane, lo chiamava con lo stesso nome del cane di lui.
Quello era il cane di lui, non aveva dubbi, ma lui dov’era?
Lei si girò tutto intorno cercava lui, ma dov'era?
Segui il cane, il quale seguiva la voce che lo richiamava... poi rimase pietrificata.
Un signore di mezz’età si chinò sul cagnolino e gli mise il guinzaglio, poi quel distinto signore la guardò e gli disse: "Mi scusi signorina se il mio cane l’ha disturbata”. Si volto e se ne andò.
Tornò ancora in quel angolo del parco.
Se quello era il suo cane, lui prima o poi sarebbe ricomparso. Invece incontro altre volte quel signore di mezz’età con il cane del suo lui.
Lei ogni volta si faceva più audace.
Ciò che la colpiva in quel l’uomo, era la tristezza dipinta sul suo volto.
Passeggiava da solo. Silenzioso e triste.
Una volta avvicinandosi abbastanza riuscì a vedere i suoi azzurri, belli, ma gli sembro di vederli umidi di lacrime.
Cercò l’occasione per parlargli, ma non aveva mai abbastanza coraggio per rivolgergli la parola.
C’era quella tarlo nella sua mente che la tortura e moriva dalla voglia di chiedergli coma mai avesse il cane del suo lui.
Una sera incrociandolo sotto un lampione, dopo averlo salutato educatamente, fu colpita da una cosa che non aveva mai notato: un bottone nero sul bavero del cappotto di cammello.
Un bottone nero. Un segno di lutto.
A quell’uomo forse era morta una persona cara, forse la moglie.
Improvvisamente senti una stretta al cuore e una grande sofferenza per quell’uomo triste.
Questo era per lei il segno che gli doveva parlare, doveva farsi coraggio e vincere le sue timidezze.
Ma come? Ma quando?


V

Arrivò Natale
Arrivo Capodanno
Arrivò la Befana
Qualcosa di strano stava accadendo nella sua vita.
Aveva un ritardo Un ritardo di circa un mese.
La cose s’ingarbugliavano sempre di più.
Lui era sparito, poi c’era quell’uomo triste del parco con il cane di lui, e poi c’era il ritardo, e poi c’era la madre che domandava perchè ci fosse un ritardo e insisteva per una visita ginecologica e poi c’erano le nausee, e poi c’era la sua migliore amica che rompeva.
Si era proprio un bel casino che si faceva sempre più complicato.
Doveva fare qualcosa
Da qualche parte doveva cominciare.
Il casino era grande.
E le sue domande erano sempre le stesse: Dove? Come? Quando?
Era mai possibile una botta una tacchia. Era mai possibile che lei fosse incinta per colpa di un’ unica scopata, con un tizio poi sparito nel nulla.
La sua amica insisteva.
Così quel pomeriggio si reco in farmacia e per comprare il test di gravidanza. Andò in farmacia con la sua amica.
Imbarazzate, scelsero di farsi servire dall’unica donna stava dietro il bancone dei medicinali e con un filo di voce, chiesero alla farmacista il test.
La quale sorrise alla richiesta e senza nessun commento consegnò alle ragazze una scatolina di color blu.
Poi di corsa a casa.
Si chiusero nella sua camera.
Prima cosa leggere l’istruzione: un po’ d’orina, immergervi una piccola striscia di carta, aspettare e controllare il colore.
Rosso no. Blù si.
Quindi al bagno, raccogliere un po’ di pipì, immergervi la piccola striscia, aspettare per attendere il risultato il quale fu: Blù
E il mondo venne giù.
Nella scatola c’erano due test
Si butta via tutto
Un altro po’ di urina. Poca. Immergervi la linguetta di carta bianca e attendere il risultato
Rosso no. Blù si
Risultato per il secondo test, ennesimo: Blù
Non c’erano dubbi: era incinta. Di circa due mesi.
E il mondo venne giù per la seconda volta.


VI

Immersa nei suoi pensieri non senti l’uomo triste sedersi accanto a lei.
Sobbalzò di paura quando senti la voce di quell’uomo salutarla
“Mi scusi non volevo spaventarla, questa sera lo vista così triste che mi sono permesso d’avvicinarla, Lei sta piangendo? Posso fare qualcosa per lei?”
Accidenti erano giorni che cercava un’occasione per parlare con lui, e adesso era lui a parlare con lei.
Sorpresa rimase zitta.
Lo guardò negli occhi, non lo aveva mai visto così da vicino, con tanta luce, proprio perché si trovavano totalmente immersi nella luce del lampione.
Nello sguardo di quell’uomo, nei suoi lineamenti, lei rivide il suo lui, il suo scomparso.
L’emozione fu così forte che lei scoppio in un pianto ancor più grande.
L’uomo rimase in silenzio a guardarla incapace di fare qualunque cosa.
Passarono alcuni interminabili minuti.
Poi dopo una tirata su di naso, uno asciugarsi con la mano le lacrime, in un momento di lucidità trovò la forza e il coraggio di parlare.
“Sa lei mi ricorda molto un ragazzo. Un ragazzo che aveva un cane come il suo, con il suo stesso nome, che veniva qui a passeggiare. Un ragazzo che io amavo.. anzi amo ancora. Un ragazzo che io amo da morire e che le somiglia moltissimo.
“Come si chiama” chiese l’uomo
“Luigi, Luigi e basta, non so altro di lui”.
“Questo è il suo cane” bisbiglio l’uomo, “Luigi era mio figlio”.
La ragazza alzando il tono della voce, un tono che può dare una rabbia repressa per mesi, con una rabbia che può nascere da un mondo che ti crolla addosso, inveendo contro quell’uomo triste:
“Allora sa che le dico? Che suo figlio è un maledetto bastardo. Un gran figlio di puttana. Tutti i miei guai dipendono da lui. Mi ha messo incinta ed scomparso nel nulla. Questo gran bastardo. Mi ha quasi violentato dietro un cespuglio qui nel parco. Adesso sto nei guai per colpa sua.”
Si fermo di colpo, prese un respiro profondo poi riprese a parlare con un tono meno forte e più placata.
“Adesso è scomparso, non lo trovo più. Ho solo il numero del suo telefonino e quel bastardo non risponde mai, lo tiene sempre spento. A scuola non ci va più o forse neanche andava in quella scuola. Non so dove abita.
Glielo dica stasera, quando vede quel bastardo di suo figlio”
Si fermo nuovamente, respiro nuovamente profondamente e guardo in terra, poi senti bisbigliare quell’ uomo triste, si giro verso di lui e gli disse: “Cosa dice? Non ho capito”
“Mi dispiace” rispose l’uomo, poi guardo la ragazza negli occhi, infine riprese a parlare abbassando lo sguardo: “Mi dispiace, mio figlio è morto due mesi fa; è uscito una sera per portare il cane a passeggio nel parco è non più tornato a casa, è stato investito da un’auto”
Scese il silenzio, la ragazza abbracciò l’uomo e piansero insieme.

sabato 12 gennaio 2008

PERESTROIKA DI UN AMORE

Gisella., dopo aver letto la mia poesia sul giornale del partito, mi scrivi e mi domandi: “cosa ci fai nella mia poesia”, ma forse è meglio dire cosa ci facevi un giorno nella mia vita?
Non mi dire che hai dimenticato tutto, o forse il tuo astio per me è cosi forte che ti infastidisce anche il semplice fatto che io mi ricordi di te o meglio di ciò che eri per me in una mia poesia.
Io non dimentico, non posso dimenticare e non dimenticherò mai. Adesso ho un nuovo amore, una nuova compagna è nella mia vita, ma tu Gisella resterai sempre nei miei ricordi.
Come posso dimenticare.

Ancora oggi ricordo la prima volta che ci siamo incontrati… sul cancello della tua fabbrica.
All’epoca lavoravo all’officina metalmeccanica dei “Fratelli Pieretti”, fabbricavano parti di trattori, tu invece lavoravi al lanificio.
C’era quel lungo viale con varie fabbriche di qua e di là della strada, all’inizio del viale sul lato sinistro c’eravamo noi della Pieretti, poi quelli della Magneti Marelli, a seguire la ditta di spedizione internazionali e poi voi del lanificio .
La mattina io e miei compagni di fabbrica aspettavano con ansia il vostro arrivo, tutte in bicicletta, a gruppi più o meno numerose e noi sul cancello che vi osservavano passare. Sentivate i nostri commenti e ridevate maliziosamente.
Vi volevamo sposare tutte.
Ricordo la prima volta che ti ho vista, non ti avevo mai vista passare in bicicletta… chissà perché, in effetti solo adesso mi domando perché non ti avevo mai notato passare.
Comunque fu in occasione dello sciopero generale che ti vidi per la prima volta. I miei compagni mi mandarono in delegazione, quale rappresentante sindacale, presso le altre fabbriche per convincere i lavoratori delle altre fabbriche a partecipare allo sciopero.
Arrivammo da voi e nel gruppo delle rappresenti sindacali del lanificio c’eri anche tu.
Accidenti che tuffo al cuore. Capelli neri corvini, pelle bianca color latte e occhi verdi trasparenti e incazzata a morte contro il potere…
Io rimasi senza parole nel vederti, tu eri infervorata mai a convincere le tue colleghe a partecipare allo sciopero. Che passione mettevi nelle tue parole.
Non fu facile vincere le resistenze delle tue colleghe, ma infine fu sciopero. Sciopero generale, con manifestazione congiunta, che sarebbe partita dalla viale delle fabbriche per raggiungere il centro della città.
Il giorno dopo eravamo tutti o quasi tutti nel viale. Qualcuno come sempre entrò in fabbrica. Purtroppo i crumiri sono sempre stati la piaga del movimento operaio, avevano sempre mille scuse per non partecipare allo sciopero e non perdere così il giorno di paga.
Eppure quante collette abbiamo fatto tra i compagni di fabbrica per chi aveva veramente delle difficoltà economiche.
Ricordi? Io si, era una giornata di sole, una splendida giornata di aprile. Quanti eravamo in piazza quel giorno? Ma lo sciopero era l’ultimo dei miei pensieri quella mattina… dovevo rivederti… dovevo trovarti ad ogni costo. Dovevo sapere se eri vera o avevo sognato il giorno prima.
Quella sindacalista così bella e battagliera esisteva veramente o me l’ero sognata il giorno prima.
Finsi con i compagni di non stare troppo bene, così non mi diedero nessun incarico. Ti solito ero sempre in prima fila a d aprire il corteo, il mio ruolo di sindacalista mi obbligava a ciò. Fischietto in bocca.
Alla sera quante volte tornavo a casa senza voce.
L’ordine era preciso, noi la prima fabbrica del viale aprivamo il corteo, poi a seguire quelli della Magneti e poi tutti gli altri in ordine di come si trovavano le fabbriche sul viale…
Così, piano, piano scivolai in fondo al nostro corteo, poi mi feci sorpassare da tutti manifestanti delle altre fabbriche finche non arrivaste voi , le operaie del lanificio… eravate tutte donne come mi potevo infilare tra di loro per cercarti?
Un uomo tra tutte quelle donne era nota troppo stonata.
Comincia a seguire il vostro corteo stando ai margini, dovevo trovare un idea e intanto cercavo di vederti, di capire dove fossi nascosta tra tutte quelle operaie.
Poi una di voi, una di quelle che tenevano lo striscione che apriva il corteo mi chiamo.
- Ehi, nulla facente, vieni qui e dacci una mano a tenere su questo striscione.
Era l’occasione che aspettavo.
Non ci pensai due volte e m’infilai nel corteo… e mentre prendevo in mano un pezzo di striscione di rividi, eri vera, esistevi sul serio non eri un sogno.
Eri li in prima fila con il fischietto in bocca che fischiavi a più non posso.
Ma come avevo fatto a non vederti prima?
Scivolai lentamente vicino a te, missione compiuta di avevo trovato, ti stavo a fianco, adesso…
Dovetti aspettare che arrivammo a destinazione per poter parlare con te, avevi quel fischietto tra le labbra e non hai smesso un minuto di fischiare.
Poche parole., mi snobbavi in modo bestiale, sembrava che avessi i piedi sui carboni ardenti, tanto avevi voglia di mollarmi là ed andare chissà dove… ma poi mi dicesti si.
Ti avevo invitato a ballare, e mi dicesti si. Se avessi saltato per la gioia in quel momento avrei sfiorato le nuvole, invece feci il sostenuto, per colpa del tuo snobbismo.
Appuntamento, sabato alle sei in piazza Grande, davanti al bar centrale.

II

Era giovedì il giorno dello sciopero, l’attesa non fu poi così lunga. Sabato alle cinque e trenta ero già li in piazza, lavato e stirato, pettinato e profumato.
In quella mezz’ora avrò fumato venti sigarette… poi arrivasti tu. Ma non da sola.
Accidenti che strano appuntamento, io e cinque ragazze. Mi avevi detto si, che saresti venuta a ballare con me, ma non mi avevi detto che venivi con la scorta.
Quindi, io da solo e cinque ragazze da portare in balera.
Andammo in quella balera a palafitta sul fiume, e tutta la sera ho ballato con le tue amiche, liscio e poi liscio e poi liscio ancora.. tutta una serata in liscio, anche con te. Quante volte ballammo insieme io e te, due o tre?
Macchè, talmente poche che mi ricordo bene, anzi benissimo, infatti una… una sola volta ballammo insieme ed era un ballo di gruppo. Poi come Cenerentola sul più bello te ne sei andata., ma almeno lei arrivo a mezzanotte, tu e le tue amiche alle undici vi siete volatilizzate.
Eppure non mi sono dato per vinto.
Ormai sapevo che esistevi, che eri vera , che non appartenevi ai miei sogni dovevo rivederti e dirti che mi ero innamorato di te, che non potevo più vivere senza di te.
Prima che prendessi il volo quella sera riuscii a strapparti un altro appuntamento, il sabato successivo, alla stessa ora. Passo in fretta quella settimana e questa volta, alle cinque e trenta in piazza Grande davanti al bar centrale non ero solo. Quattro compagni di fabbrica erano con me, solo che tu venisti sola. Dovetti velocemente far sparire quella buona compagnia.
Solita balera, e tutto filo liscio questa volta,. Non so era mezzanotte quando ti lasciasti baciare per la prima volta, ma era una notte speciale. Guardai la luna e lei sorrise, ti strinsi a me e avevo paura che tu svanissi in quella notte di maggio.

III

Tu abitavi allora, all’inizio del paese ma si potrebbe dire anche alla fine del paese, a seconda dei punti di vista.
Erano una delle ultime case, abitavi da sola, che coraggio.
Un bel giorno raggiunta la maggior età hai salutato i tuoi genitori e tua sorella e te ne sei andata di casa.
Una piccola casa, una cucina grande abitabile, una cameretta, un bagno e anche un balconcino dove ogni tanto mettevi esposta la bandiera rossa.
Io invece abitavo con i miei, e tu quante volte me lo hai rimproverato. Mi dicevi: “Forza andiamo a convivere con fanno dei veri compagni. Basta con le regole dello stato borghese”.
Ma come facevo a darti ascolto, non potevo certo dare un dispiacere ai miei genitori. Loro cattolici praticanti e ferventi, mio padre la domenica serviva messa e mia madre tutte le sere andava in chiesa a recitare il rosario e poi la messa. Già tolleravano che il fatto che avevo smesso di frequentare la chiesa e che ero diventato comunista, ma di dargli un dispiacere nell’andare a convivere senza sposarmi in chiesa non me la sentivo.
Io volevo sposarmi… ma non c’erano i soldi e poi eravamo così giovani.
Però il sabato sera dormivo regolarmente da te. Cena o meglio pizza e balera tutti i sabati sera.
Eravamo iscritti allo stesso sindacato, tu come semplice delegata io invece facevo già parte della segreteria provinciale, in compenso tu eri una grande attivista nel partito, è così mi hai preso per mano e mi hai introdotto nel partito… ma una condizione la domenica dovevi venire a la partita della “Fulgens”, la squadra del paese che militava nel campionato d’Eccellenza.
E così la nostra settimana trascorreva tra il lavoro, il partito e il sindacato fino al venerdì ma il sabato sera si andava a ballare e la domenica alla stadio (chiamarlo così è una esagerazione) a vedere la “Fulgens”.
Ricordo ancora le nostre riunioni al partito, i collettivi e le scelte politiche, i lunghi discorsi sull’essere di sinistra e cosa voleva dire essere di sinistra. E poi nei nostri discorsi c’era sempre lui: Enrico Berlinguer, il grande compagno Enrico. Stravedevi per lui, non perdevi occasione di parlare di lui, e non ti perdevi un suo discorso o che fosse trasmesso alla radio o sui trascritto sui giornali. Anzi molte volte mi leggevi i suoi interventi pubblicati sull’Unita, quasi fossero lettere d’amore.
Un giorno per il mio compleanno mi regalasti un cornice di legno intarsiato, quando scartai il pacchetto che conteneva il quadro dentro la cornice c’era la foto di Enrico Berlinguer.
Mi dicevi ogni compagno che si rispetti devi avere un nome di battaglia, e così decisi di avere anch’io un nome di battaglia: “Enrico”. Compagno Enrico era il mio nome di battaglia.
Molte volte quando facevamo l’amore mi sussurravi all’orecchio: “forza Compagno Enrico, ti amo da morire compagno Enrico”.
Ricordo tante cose vissute con te Gisella.
Ricordi quando siamo andati a manifestare a Roma, quella grande manifestazione contro il governo. Da tutta Italia scendemmo a Roma a manifestare contro i governo.
Facemmo la colletta nelle fabbriche per trovare i soldi per affittare i pullman per andare nella capitale. Il sindacato aveva deciso che ogni fabbrica avrebbe fatto il suo pullman, e questo significava viaggiare in due pullman diversi, ma io e te avevamo deciso di andare a Roma insieme, sullo stesso pullmam.
Riunioni su riunioni per decidere come organizzare i pullman, infine in una riunione decisiva tu ti alzasti e dicesti: “Compagni cosa è questo pensiero borghese, se ci dividiamo in fabbriche noi ci dividiamo in classe e dividiamo la classe operaia, non credo che questo sia il pensiero del compagno Enrico. Noi del viale delle fabbriche ci dobbiamo unire in unico corteo che viaggia verso Roma, quindi uniremo gli operai e le operaie e saliremo sui pullman senza guardare a quale fabbrica appartiamo.”
Più o meno il discorso era questo.
La nostra linea passò. Partimmo il sabato alle tre di notte. Tu e le tue amiche sul pullman insieme a me e ai miei amici. Eravamo così euforici che cantammo canzoni delle classe operaia per oltre due ore, poi crollammo e dormimmo fino alle porte di Roma.
Alle otto eravamo alle porte della città, appuntamento alle dieci in una piazza del centro. Da li il corteo si sarebbe mosso per andare fino al palazzo del governo. Che emozione passeggiare per le vie del centro di quella città meravigliosa. Giungemmo alla piazza intorno alle dieci e via corteo. Noi, eravamo come sempre in prima fila, aprivamo il corteo del viale delle fabbriche del nostro paese.
Mani sullo striscione e fischietto il bocca per me, tu al mio fianco una mano poggiata allo striscione e con l’altra tenevi un megafono con il quale incitavi il corteo.
Alle due il corteo era sciolto, appuntamento al pullman alle 17.00 non oltre in caso ci perdevamo di vista, e noi ci perdemmo di vista tutti gli altri. E così di corsa per vedere il più possibile della città. Piazza Colonna, poi di corsa e fontana di Trevi (tu buttasti una monetina nella fontana), e poi di corsa a Piazza Venezia e da lì per via dei Fori Imperiali fino al Colosseo.
Arrivammo al pullman con mezz’ora di ritardo e ci beccammo i rimbrotti di quasi tutti i compagni, solo i nostri amici ridevamo con noi, ricordo il Mario che insisteva per sapere il quale albergo ci eravamo fermati a dormire, ma io avevo invece un mal di piedi.
Come partimmo tu appoggiasti il tuo capo sulla spalla e di addormentasti, io poggia il mio capo su di te, accidenti come ero felice. forse fu quello il nostro viaggio di nozze?

IV

Poi cominciarono le nostre divergenze.
Il compagno Berlinguer se ne era andato, dopo due anni che stavamo insieme ed altri compagni presero il suo posto. Tu hai cominciato ad avercela con la sinistra. Dicevi spesso: “L’ultimo vero uomo della sinistra ci ha lasciato, cosa sarà della sinistra?”
Ad Enrico subentrò il compagno Alessandro Natta, poi arrivo l’era del compagno Occhetto. E per la sinistra italiana, arrivo il tempo della spaccatura.
Anche per noi arrivo il tempo della spaccatura.
Tu volevi che io prendessi un decisione definitiva, lasciare i miei genitori e venire a vivere con te, senza matrimonio. Mi dicevi : “Sono ormai sette anni che siamo fidanzati, sei abbastanza grande, devi decidere”.
Io ero sempre più impegnato nel sindacato e tu in politica
Avevamo perso l’abitudine di andare in balera, ed a vedere la “Fulgens” la domenica pomeriggio.Di fatto ci andavo ormai da solo, ma sempre meno spesso.
Passavamo i nostri sabato sera in casa a vedere la Tv e tu spesso borbottavi : ci stiamo imborghesendo sempre più. Un sabato sera litigammo.
Il motivo scatenante della nostra lite fu l’intervento di un compagno al congresso nazionale della nostra sinistra. Tu non lo condividevi in nessun punto, mentre ne difendevo le idee di fondo.
Dicevi: “basta con questo rinnegare le nostre radici della sinistra”. Ed io ti dicevo che la sinistra doveva trovare altre strade per allargare il nostro elettorato, bisogna rompere con un passato obsoleto, pieno di scheletri nell’armadio. Affermavo con forza che aveva ragione Gorbaciov che dopo la “ Perestroika ”, necessitava la “Glasnost” anche all’interno della nostra sinistra e poi sostenevo che il centro stava morendo è andava aggredito prima che il centro andasse a destra. Da cosa nasce cosa, mentre parlavamo di politica cominciammo a parlare di noi dei nostri problemi del nostro amore. Tu riaccusavi di non amarti più come un uomo di sinistra, (se ci ripenso una cazzata peggiore non potevi dirla) che mi ero imborghesito. Che eri stanca di quel modo essere innamorati, di un fidanzamento vissuto solo nel weck end. Che non ne potevi più di me e del mio modo di fare, che bisognava cambiare anche il nostro rapporto. Che anche noi come coppia avevamo bisogna di una “Perestroika”.
Quel sabato sera non rimasi a dormire da te. Quando seduti uno di fronte all’altro sfiniti del lungo duello dialettico, o meglio stanchi di litigare, rimanemmo in silenzio, in quel lungo silenzio decisi di andare a dormire casa mia. Senza una parola mi alzai, presi il mio giaccone di pelle, ormai l’eskimo era finito in soffitta, tu non dicesti una parola per fermarmi…
Era una fredda sera di gennaio. Il cielo era coperto, nella notte nevicò.
Per tutta la settimana non ti cercai, ero arrabbiato, ma neanche tu mi hai cercato.
L’unica che sapevo con certezza è che eri importante per me, eri la mia vita,
Io ti amavo come la prima volta che ti vidi sul cancello della fabbrica lottare per lo sciopero. Quanto sono stato male quella settimana, mi sentivo morire lontano da te.
Arrivo il sabato e venni prenderti a casa,. Tutta la settimana avevo pensato alle cose che ci eravamo detti, alla nostra storia. Ero deciso ha recuperare la nostra storia. Volevo di dirti che ti amavo e che volevo cambiare le cose… eri cosi bella quella sera.
Non mi lasciasti parlare, come se sapessi già che sarei arrivato ti trovai pronta per uscire … vestita a festa… come eri bella quella sera.
Andammo a mangiare una pizza e poi ballare come nei tempi passati, volevo parlarti non trovai il tempo, ma forse visto il clima non volevo rovinare tutto con un nuova discussione. Anche se poteva essere un discussione chiarificatrice.
A notte fonda stanchi di una serata passare a ballare, ti accompagnai a casa. Tu scendesti e nel vedermi incerto e mi hai detto: “su parcheggia e sali”…
Facemmo l’amore come sempre, quella sera dopo tanto mi sussurrasti come una volta nell’orecchio: “compagno Enrico ti amo”.
Quando apri gli occhi la mattina dopo stavi facendo le valigie.
Prima che io potessi farti una qualunque domanda mi dicesti: “Sai ci ho pensato molto, il partito mi ha dato un incarico nuovo importante a Roma, che io ho accettato. Parto tra un ora. Ci sarà una spaccatura nel partito e io vado nel nuovo partito che ha deciso di restare fedeli agli ideali della sinistra. In giornata dovrò incontrare alcuni vecchi compagni, forse incontrerò anche Cossutta. Avrò un incarico importante nel nuovo partito”.
Rimasi in silenzio. Senza parole e senza mutande in letto in quel momento troppo grande. Non mi avevi mai parlato di tale possibilità.
Capii che tra noi era finita.
Prima di uscire di casa, sei andata sul balcone dove era appesa la bandiera rossa, la prendesti e me la consegnasti… mi chiedesti di farti qualche piccolo favore, di qualche piccola faccenda che era rimasta irrisolta e infine di consegnare le chiavi al padrone di casa.
Poi un solo e semplice: ciao.
E te andasti via.
Oggi te lo posso confidare, dopo che sei uscita ho pianto.
È vero che chi getta una monetina nella Fontana di Trevi, tornerà nella città eterna, chissà se anch’io quel giorno avessi gettato la mia monetina nella fontana.
Non sono mai più tornato a Roma.
Oggi non lavoro più in fabbrica, lavoro a tempo pieno per il sindacato… ma ripenso spesso a quelle lunghe giornate alla Pieretti, alle ragazze del lanificio….

Che cosa ci fai Gisella nella poesia? Forse adesso lo sai.
Un ultima cosa, se mi scriverai ancora dimmi qualcosa di sinistra, della nostra vecchia sinistra.

mercoledì 9 gennaio 2008

IL REGALO

Avevo deciso di tornare a casa, dal mio lui, dall’uomo della mia vita.
Mi aveva telefonato qualche giorno prima chiedendomi di raggiungerlo presto perchè non vedeva l’ora di…. capitemi, cosa si può desiderare dopo tanta astinenza e castità.
Così avevo anche deciso di fargli una sorpresa e di raggiungerlo per il weck End, ma volevo portargli anche un regalo, uno speciale, qualcosa di cui lui va pazzo.
E sapevo bene cosa comprare per fargli una sorpresa gradita. Quindi quel giorno per prima cosa mi recai al negozio specializzato dove avevo individuato il regalo speciale e lo acquistai.
Entrai nel negozio, comprai il regalo prescelto e per di più chiesi al commesso di impacchettarlo per bene, di fare una bella confezione regalo. Il commesso però si scusò dicendomi che non aveva un fiocco adatto al pacco. Cosi entrai nella prima cartolibreria che incontrai strada facendo e comprai un fiocco gigantesco per pacco. Un fiocco non molto voluminoso, ma abbastanza ingombrante.
Iniziai così il mio viaggio di ritorno verso casa… o meglio verso il mio lui, con il mio bel pacco regalo sotto il braccio.
Presi il pullman per recarmi in aeroporto, c’era tempo, molto tempo.
Presi il pullman di linea che dal centro porta direttamente all’aeroporto, mi accomodai con il mio bel pacco regalo in grembo con il suo fioccone bene in mostra e via verso il mio lui.
Normalmente bastavano 40 minuti per arrivare, ma quel giorno dopo un’ora ero ancora in pieno centro, dopo 2 ore ero arrivata solo in piena periferia e ancora ben lontana dall’aeroporto e dopo 3 ore ero ancora in piena campagna e così dopo 4 ore di pullman ero rimasta a terra, il mio aereo aveva preso il volo.
Arrivata in aeroporto cercai di salire su altro volo, ma di disponibile non c’era più niente, per raggiungere il mio lui non rimaneva che recarmi alla stazione ferroviaria e prendere un treno, però prima dovevo prendere riprendere il pullman.
Erano circa le sei, così ci volevano i soliti 40 minuti per arrivare in centro e altri 20 per arrivare alla stazione, c’era tutto il tempo di arrivare e prendere un treno… all’alba sarei arrivata a casa dal mio lui.
Così con il mio bel regalo impacchettato e infiocchettato sotto braccio ripresi il viaggio.
Ripresi il pullman, mi accomodai nuovamente in un poltrona delle prime file con il mio bel regalo bene in mostra sul mio grembo e via verso la stazione. Ma dopo 40 minuti la città era molto lontana, dopo 2 ore il centro era ancora lontano, dopo 3 ore arrivai in centro ma la stazione ferroviaria era ancora lontana.
Presi un taxi e così arrivai finalmente in stazione e mi apprestai a cercare una biglietteria aperta, ma erano tutte chiuse; allora cercai una macchinetta per biglietti automatici e questa era, guasta; Non mi rimaneva che cercare di prendere il treno in corsa arrivo al binario… e il treno è gia partito; affranta sprofondai in una poltrona della sala d’attesa e improvvisamente i crampi della fame mi assalirono… erano le 11 e 45 e pensai: “amore mio dovrai aspettare ancora un giorno”.
Mirai e rimirai il mio bel regalo impacchetto e infiocchettato, e pensavo al mio amore, poi piano, piano lo apri e pensando a te amore mio, addentai il regalo che ti avevo fatto… un salame di 3 kili e qualche grammo… peccato non avere anche un pezzo di pane e un bicchiere di vino rosso.

martedì 1 gennaio 2008

BRUTTA DONNACCIA

Gisella apri la porta, e con sorpresa si trovò davanti Mariateresa.
Era da qualche mese che non si vedevano, anche se abitavano molto vicine di casa, dopo un iniziale stupore, le due ragazze si lanciarono l’una nelle braccia dell’altra.
Gisella fece accomodare la sua amica in casa, più precisamente nella sua cucina.
-Mariateresa come mai questa visita?- domandò Gisella, mentre si sedevano attorno al tavolo della cucina
-Avevo voglia di vederti e di stare con te questa sera - Rispose Mariateresa
- Ci facciamo un caffè.- domandò Gisella.
-No grazie, Gisella, come ne bevo un po', mi viene un gran bruciore di stomaco.
-Non ti vedo bene che cosa hai Tere, ti vedo pallida, e guarda che borse che hai sotto gli occhi
- Hai ragione - rispose Mariateresa, chiamata dalla sua amica affettuosamente Tere - non ho dormito molto la notte passata.
-Cosa è successo hai bisticciato con Arturo? Vi siete lasciati e vieni a consolarti dalla tua vecchia amica?
- No niente di tutto questo e che sono semplicemente incinta.
- Diammine! porca miseria! E proprio un brutto affare- esclamò Gisella.
Seguì una pausa di silenzio, poi Gisella si alzò e da una vetrina che era posta alle sue spalle prese due bicchierini e una bottiglia di liquore.
Gisella posò sul tavolo i due bicchierini e versò dalla bottiglia un po' di liquore per se stessa, poi guardò verso l’amica e gli domandò: - ne vuoi anche tu un po'?
Mariateresa sorrise e acconsenti semplicemente con la testa.
Si tiriamoci su - disse Gisella riempiendo entrambi bicchierini.
Le due ragazze sorseggiarono il liquore, ognuna assorta nel suo pensiero.
Poi Gisella esclamò ad alta voce, contemporaneamente picchiando la mano sul tavolo:- Ma che cavolo! Potevi starci attenta? Potevi usare qualche precauzione; che so la pillola, i profilattici, la spirale. Potevi fargli una sega, se ci tieni tanto ad Arturo, invece di farti mettere incinta. - poi riprese a sorseggiare il liquore.
Rimasero ancora qualche secondo così in silenzio ognuna delle due ragazze ancora assorte nel suo pensiero.
Gisella guardo la sua amica la vide così strana ma non era triste, e neanche si poteva dire allegra era... semplicemente pensierosa; si riempi nuovamente il suo bicchierino di liquore e riprese a parlare, cambiando il suo tono di voce.
-Scusami Tere, non volevo ferirti, ma queste cose mi fanno incazzare. Scusami, te dopo tutto sei venuta ha cercare aiuto da me e io ti ho subito accusato. Scusami ancora.
Gisella si sollevò dalla sedia, e poggiandosi sul tavolo, si protese verso Mariateresa e la bacio su una guancia.
Poi strinse con la sua mano, la mano della sua amica e la disse: - Dai raccontami tutto.
Mariateresa resto in silenzio per vari secondi. Riprese tra le mani il bicchierino riempito a meta di liquore. Nei suoi pensieri cercava un punto di partenza con il quale cominciare a parlare.
Gisella prese una sigaretta. La mise tra le sue labbra, poi domandò alla sua amica: -Posso ?
-Si, non mi dà fastidio il fumo.- Rispose Mariateresa.
Gisella accese la sigaretta e disse: - Allora! Racconta.
-Io e Arturo è un anno che stiamo insieme. Inizio Mariateresa.
-Lo so. Disse Gisella.
-Non so se è un grande amore, ma andiamo d’accordo e ci vogliamo bene.
- Cazzo, basta così poco per fare un figlio con lui, andare d’accordo.
- Gisella, per favore non essere la solita, lasciami parlare.
- Hai ragione scusami.
Alzando un pò voce Mariateresa, riprese a parlare.
- Ebbene si abbiamo fatto l’amore e lo facevamo spesso, a me piace fare l’amore, mi piace fare sesso. A te no? Non avevo nessuna voglia di fare un figlio. Sono quasi più due anni che prendo la pillola; non avevo nessuna voglia di rimanere incinta. Prima di Arturo, ricordi c’era stata quella relazione con Jimmy.. non è che mi faccio mettere incinta da ogni uomo con cui ho una relazione. Ci stavo attenta.
- E allora come è stato possibile? Domandò Gisella.
Mariateresa rimase alcuni istanti in silenzio, poi fece un sospiro profondo, quasi a far uscire la tensione che c’era in lei. Poi abbassando il tono della voce riprese a parlare.
_ Avevo un ritardo di quindici giorni, e sono andata da ginecologo, perché pensavo che qualcosa non andava in me. Invece il dottore mi chiede di fare un test per la gravidanza, perché secondo lui ero semplicemente incinta. E la prima cosa che ho detto al medico e stato proprio ma come è possibile ? E lui mi ha detto che era possibile. Che ci sono diversi fattori che annullano l’effetto della pillola, una dimenticanza nel prenderla, un’interferenza di altri medicinali presi in concomitanza, o anche una semplice febbre. Ma che importa ormai com’è successo, il fatto che è che sono incinta.
Gisella domando alla amica: - Che intendi fare adesso?
Mariateresa sembrò non udire la domanda dell’amica. E riprese a parlare.
- Ieri mattina sono andata all’USL a ritirare la risposta del test, l’infermiere nel consegnarmi la risposta mi ha detto “auguri”. Non so perché ma in quel momento che ho letto la risposta mi sono sentita piena di gioia. Poi nel pomeriggio sono andata ancora dal ginecologo, e lui mi prescritto una serie d’esami da fare, e mentre uscivo mi ha chiesto se mi sarei sposata. Gli ho risposto che non è aria di sposarsi, Arturo ancora studia e non ha nessuna voglia di sposarsi; lui allora mi ha detto “caso mai non voglia questo bambino, si rivolga a questa mia amica” e mi ha dato questo biglietto.
Mariateresa estrasse da una delle tasche posteriore dei jeans uno spiegazzato biglietto da visita.
- Ieri non ho voluto dire niente a nessuno, volevo riflettere sola con me stessa, prima di dirlo a qualcuno volevo riflettere bene della mia situazione.
Mariateresa fece una pausa di silenzio poi riprese.
- Se penso a mio figlio, che sta crescendo dentro di me, mi sento bene, ma se penso a me e al mio futuro mi viene un’angoscia.
Le due amiche rimasero ancora alcuni istanti in silenzio, contemplando ognuno il proprio bicchierino da liquore.
Mariateresa riprese poi a parlare.
-Questa mattina mi sono fatta coraggio e ho telefonato ad Arturo, per dirgli del mio stato.
- E lui cosa ti ha detto. L’interruppe Gisella.
- All’inizio era sorpreso. La notizia lo aveva colto impreparato. Sapeva che avevo dei problemi, ma non si aspettava questo risultato. Poi ha cominciato a parlare di responsabilità, di non essere maturo per essere padre, che è troppo presto per certe cose. Per telefono mi diceva cose che si contraddicevano continuamente. In quel momento pensavo che non sapeva cosa dire, perché la notizia l’aveva un sconvolto. Poi verso le mezzogiorno mi ha chiamato al lavoro, per dirmi che mi doveva vedere per parlarmi di persona, mi doveva parlare a viva voce, perché per telefono certe cose non si possono dire. Così sono uscita dall’ufficio., Ho chiesto mezza giornata di permesso e cosi ci siamo visti. Lui ha cominciato a dire “di pensarci bene, perché lui non se la sentiva di avere un figlio, che forse era più giusto non averlo, non ha avuto neanche il coraggio di usare la parola aborto”.
- Che stronzo - esclamò Gisella - è uno stronzo come tutto gli uomini.
- No Gisella, non lo giudicare, in fondo dal suo punto di vista non ha torto. Certo mi sarei aspettato un altra reazione da lui, un po' di comprensione, non certo tutto quella sua egoistica paura. Certo lui parla così perché studia ancora, non ha lavoro, non guadagna dei soldi, come potrebbe mantenere me e il bambino. Non ha ancora un futuro.
-Poteva pensare a tutto questo quando veniva a letto con te.- Disse Gisella.
- Gisella cerca di essere più comprensiva.
- Cazzo. Come si può essere comprensivi con certi uomini.
- Gisella bisogna essere comprensivi. Non sei cambiata per niente in questi ultimi tempi, sono sempre più convinto che frequentare il collettivo femminista ti abbia rovinato.
- Ma cosa dici Tere? Invece aperto gli occhi, su gli uomini e su quanto sono degli stronzi. Mettitelo bene in testa tu invece. Comunque non sarai venuta per discutere delle femministe e delle nostre idee?
Gisella spense la sua sigaretta, espiro l’ultima boccata di fumo e guardo negli occhi Mariateresa e con fare inquisitorio, sorridendo per fare comprendere all’amica che stava scherzando e le disse: -Allora donnaccia cosa pensi di fare.
Mariateresa ricambio il sorriso e riprese il suo racconto.
-Cosi dopo aver lasciato Arturo, sono tornata a casa e l’ho detto anche a mia madre.
- No! - L’interruppe Gisella - non me lo dire. Anzi ti dico io, cosa ti ha detto. “Prima cosa chi lo dice a tuo padre. Io no.” Poi ti ha chiesto “chi e stato”, poi ha cominciato ad elencare tutti i ragazzi che hai conosciuto negli ultimi tempi, poi per esclusione è arrivata ad Arturo e ti avrà detto quel “porco lo sa”. E infine “ ti dovrai sposare prima che ti cresca la panza, altrimenti ti immagini che scandalo”.
Mariateresa scoppio a ridere.
- Gisella ti diverti sempre nel fare il verso a mia madre. Mi ricordo quando eravamo più giovani venivi a studiare a casa mia, e davanti a mia madre le facevi la caricatura e lei non capiva e mi domandava sempre “Perché Gisella parla così strana”.
Mariateresa tornò ad essere seria e cominciò a raccontare ciò che era successo con la madre.
- Dopo aver parlato con Arturo sono tornata a casa che era saranno state le tre più o meno. In casa c’eravamo solo io e mia madre. L’ho presa alla larga. Ho cominciato con il dire “sai mamma, della zia Luigina che avrà un altro nipote, e lo sai che anche la sorella di Maria diventerà presto nonna, e così ho cominciato ad elencare tutte le persone che molto presto diventeranno zii o nonni. Poi all’improvviso gli ho detto, anche tu presto mamma diventerai nonna.
Lei è rimasta senza parole, mi ha guardato e gli ho detto, “e si, presto avrò un figlio”.
Gisella sorridendo disse: -E lei cosa ha detto.
- All’inizio ha rischiato di soffocarsi perché aveva un boccone in bocca. Poi di corsa verso il rubinetto del lavello in cucina, ha bevuto tre o quattro bicchieri d’acqua tutti d’un fiato. Poi come fa sempre in queste situazioni, si è portata la mano sul cuore ripetendo “oh mio Dio, oh mio Dio, oh mio Dio”.
Mariateresa comincio a enfatizzare imitando sia a parole che con i gesti la madre, concludendo sussurrando - Alla fine mia madre ha detto “Mia figlia incinta” e si è gettata in terra fingendo di svenire gridandomi “prendi i sali, presto prendi i sali”.
Le due ragazze cominciarono a ridere, una perché si ricordava la scena, l’altra perché la immaginava.
Passarono diversi minuti prima che le due ragazze riacquistarono il loro controllo e smettessero di ridere.
Gisella riprese domandando alla sua amica: - Come è andata a finire?
-Ho preso i sali dal armadietto del bagno e gli ho detto “mamma sono incinta e non mi posso chinare, ne fare sforzi, prenditi i sali che ho messo sul tavolo”, poi sono andata a sedermi sul divano in salotto.
-E lei cosa ha fatto?- Domando Gisella
-Dopo un po' mi ha raggiunto in salotto, sai lei finge sempre di svenire, e lì ha cominciato con la sua solita sinfonia: che scandalo, che vergogna, chi lo dirà a tuo padre, come faremo con i parenti, con i vicini, e dove andrete ad abitare, cose vi mangerete ecc ecc.
- E tu cosa gli hai risposto?- disse Gisella
- Cosa vuoi che gli dicessi. Ho provato a dire qualcosa, ma lei non mi ha mai dato spazio per risponderle. Quello che dovevo dirgli l’avevo già detto. - Rispose Mariateresa.
Dopo una breve pausa Gisella riprese a parlare - E tuo padre lo sa? Cosa ti ha detto?
Mariateresa rimase in silenzio, comincio a riflettere, a ripensare all’incontro con suo padre. Aveva amato molto suo padre, ora quel amore si era trasformato in un qualcosa che lei non sapeva ben definire.
Non l’amava più come una figlia che guarda verso l’alto per vedere suo padre lassù potente e forte. Mariateresa si rese conto improvvisamente di come aveva amava suo padre in questi ultimi anni: l’amava come se lei fosse il suo angelo protettore. Lei aveva un amore di tenerezza verso il padre; lo vedeva, adesso che era adulta, debole, stanco, indifeso. Lei amava proteggerlo, ma in quel momento era lei che andava difesa, era lei che aveva bisogno di protezione.
Gisella tornò ad insistere:- Allora tuo padre cosa ha detto?
Mariateresa inspirò profondamente e poggio le spalle alla sedie e comincio a raccontare l’incontro con il padre: - Papa oggi è tornato verso le sei; e come di solito fa lui, lo conosci bene, entra si leva il cappello e le scarpe e s’infila le pantofole e poi si va a sedere in salotto sul divano. Oggi invece aveva ancora il cappello in testa quando mia madre lo aggredisce subito con quelle frase del tipo “tua figlia di deve dire una cosa urgente” e lui “non può aspettare qualche minuto” e lei ha ricominciato a parlare o meglio ad urlare frasi sconnesse contro di me. Io ho aspettato che mio padre si sedesse in salotto e allora gli ho detto “sai papà aspetto un figlio”
-E lui cosa ha fatto? - L’interruppe Gisella.
-E rimasto in silenzio qualche secondo, poi si è alzato e se ne andato in camera da letto, subito la mamma lo ha raggiunto hanno chiuso la porta ed hanno cominciato a discutere. Io sono rimasta seduta in salotto, sentivo le loro voci, per non capire cosa dicevano ho acceso la televisore ed anche alzato il volume al massimo.
Le due ragazze rimasero ancora una volta in silenzio ma Mariateresa aveva ancora molte cose da dire e così riprese a parlare: - Certo fin qua la mia giornata è stata una vero disastro.
- E sì - disse Gisella - io direi una vera porcheria.
Però - disse Mariateresa - c’è stato un fatto che mi ha tirato su di morale, anzi con il fatto di venire qui sono due. Dal momento che le voci dei miei genitori erano più forti della stessa televisione, per non sentirli più decisi di uscire. Non sapevo ne cosa fare ne dove andare. Mi sono vestita e sono uscita. Per le scale, mentre scendevo ho incontrato dei ragazzi; ti ho mai parlato di quei miei vicini, che abitano nell’appartamento sotto il mio. Sono una famiglia numerosa, sono sei fratelli. I loro genitori sono anche impegnati in Chiesa, non so bene cosa fanno in parrocchia, nel palazzo li chiamano “i pregoni”. Ti stavo dicendo che mentre scendevo ho incontrato i due figli più grandi, sono molto simpatici, e così mi hanno quasi rapito per le scale e mi hanno portato a casa loro. Veramente non sapendo cosa fare ben volentieri mi sono fatta rapire. Katia la madre come mi ha visto mi ha chiesto “Va tutto bene? Che ti è successo?”.
È stato più forte di me, era mia intenzione di non dirlo a nessuno della mia gravidanza, ma Katia è stata così… dolce affettuosa che gli ho detto tutto d’ un fiato “sai aspetto un bambino”.
Mi subito pentita di averglielo detto, mi aspettavo un altra filippica, invece Katia mi ha sorriso, mi ha stretto le mani e mi ha detto come se fossi mia complice “come lo chiamerai ?” E poi mi ha chiesto come stavo se avevo nausee, debolezza, se ero già stata dal medico. Poi ha aggiunto se avevo bisogno lei conosceva una brava ginecologa, si è informata del mio stato, mi ha riempito di consigli e mi ha offerto il suo aiuto.
E poi mi ha parlato di come ci sente ad essere mamma, della bellezza di averi dei figli. E stata così gentile con me.
Poi sono uscita e ho deciso di venire da te.
Gisella guardò la sua amica e sorridendo gli domandò:- Brutta donnaccia che pensi di fare adesso?
Mariateresa sorrise e disse alla sua amica: - Di chiamarlo se è maschio Luca e se è femmina Elisabetta.
Gisella sorrise e domando all’amica: - E da me che vuoi?
Sorrise ancora Mariateresa e disse: - Se è femmina gli farai da madrina?