sabato 12 gennaio 2008

PERESTROIKA DI UN AMORE

Gisella., dopo aver letto la mia poesia sul giornale del partito, mi scrivi e mi domandi: “cosa ci fai nella mia poesia”, ma forse è meglio dire cosa ci facevi un giorno nella mia vita?
Non mi dire che hai dimenticato tutto, o forse il tuo astio per me è cosi forte che ti infastidisce anche il semplice fatto che io mi ricordi di te o meglio di ciò che eri per me in una mia poesia.
Io non dimentico, non posso dimenticare e non dimenticherò mai. Adesso ho un nuovo amore, una nuova compagna è nella mia vita, ma tu Gisella resterai sempre nei miei ricordi.
Come posso dimenticare.

Ancora oggi ricordo la prima volta che ci siamo incontrati… sul cancello della tua fabbrica.
All’epoca lavoravo all’officina metalmeccanica dei “Fratelli Pieretti”, fabbricavano parti di trattori, tu invece lavoravi al lanificio.
C’era quel lungo viale con varie fabbriche di qua e di là della strada, all’inizio del viale sul lato sinistro c’eravamo noi della Pieretti, poi quelli della Magneti Marelli, a seguire la ditta di spedizione internazionali e poi voi del lanificio .
La mattina io e miei compagni di fabbrica aspettavano con ansia il vostro arrivo, tutte in bicicletta, a gruppi più o meno numerose e noi sul cancello che vi osservavano passare. Sentivate i nostri commenti e ridevate maliziosamente.
Vi volevamo sposare tutte.
Ricordo la prima volta che ti ho vista, non ti avevo mai vista passare in bicicletta… chissà perché, in effetti solo adesso mi domando perché non ti avevo mai notato passare.
Comunque fu in occasione dello sciopero generale che ti vidi per la prima volta. I miei compagni mi mandarono in delegazione, quale rappresentante sindacale, presso le altre fabbriche per convincere i lavoratori delle altre fabbriche a partecipare allo sciopero.
Arrivammo da voi e nel gruppo delle rappresenti sindacali del lanificio c’eri anche tu.
Accidenti che tuffo al cuore. Capelli neri corvini, pelle bianca color latte e occhi verdi trasparenti e incazzata a morte contro il potere…
Io rimasi senza parole nel vederti, tu eri infervorata mai a convincere le tue colleghe a partecipare allo sciopero. Che passione mettevi nelle tue parole.
Non fu facile vincere le resistenze delle tue colleghe, ma infine fu sciopero. Sciopero generale, con manifestazione congiunta, che sarebbe partita dalla viale delle fabbriche per raggiungere il centro della città.
Il giorno dopo eravamo tutti o quasi tutti nel viale. Qualcuno come sempre entrò in fabbrica. Purtroppo i crumiri sono sempre stati la piaga del movimento operaio, avevano sempre mille scuse per non partecipare allo sciopero e non perdere così il giorno di paga.
Eppure quante collette abbiamo fatto tra i compagni di fabbrica per chi aveva veramente delle difficoltà economiche.
Ricordi? Io si, era una giornata di sole, una splendida giornata di aprile. Quanti eravamo in piazza quel giorno? Ma lo sciopero era l’ultimo dei miei pensieri quella mattina… dovevo rivederti… dovevo trovarti ad ogni costo. Dovevo sapere se eri vera o avevo sognato il giorno prima.
Quella sindacalista così bella e battagliera esisteva veramente o me l’ero sognata il giorno prima.
Finsi con i compagni di non stare troppo bene, così non mi diedero nessun incarico. Ti solito ero sempre in prima fila a d aprire il corteo, il mio ruolo di sindacalista mi obbligava a ciò. Fischietto in bocca.
Alla sera quante volte tornavo a casa senza voce.
L’ordine era preciso, noi la prima fabbrica del viale aprivamo il corteo, poi a seguire quelli della Magneti e poi tutti gli altri in ordine di come si trovavano le fabbriche sul viale…
Così, piano, piano scivolai in fondo al nostro corteo, poi mi feci sorpassare da tutti manifestanti delle altre fabbriche finche non arrivaste voi , le operaie del lanificio… eravate tutte donne come mi potevo infilare tra di loro per cercarti?
Un uomo tra tutte quelle donne era nota troppo stonata.
Comincia a seguire il vostro corteo stando ai margini, dovevo trovare un idea e intanto cercavo di vederti, di capire dove fossi nascosta tra tutte quelle operaie.
Poi una di voi, una di quelle che tenevano lo striscione che apriva il corteo mi chiamo.
- Ehi, nulla facente, vieni qui e dacci una mano a tenere su questo striscione.
Era l’occasione che aspettavo.
Non ci pensai due volte e m’infilai nel corteo… e mentre prendevo in mano un pezzo di striscione di rividi, eri vera, esistevi sul serio non eri un sogno.
Eri li in prima fila con il fischietto in bocca che fischiavi a più non posso.
Ma come avevo fatto a non vederti prima?
Scivolai lentamente vicino a te, missione compiuta di avevo trovato, ti stavo a fianco, adesso…
Dovetti aspettare che arrivammo a destinazione per poter parlare con te, avevi quel fischietto tra le labbra e non hai smesso un minuto di fischiare.
Poche parole., mi snobbavi in modo bestiale, sembrava che avessi i piedi sui carboni ardenti, tanto avevi voglia di mollarmi là ed andare chissà dove… ma poi mi dicesti si.
Ti avevo invitato a ballare, e mi dicesti si. Se avessi saltato per la gioia in quel momento avrei sfiorato le nuvole, invece feci il sostenuto, per colpa del tuo snobbismo.
Appuntamento, sabato alle sei in piazza Grande, davanti al bar centrale.

II

Era giovedì il giorno dello sciopero, l’attesa non fu poi così lunga. Sabato alle cinque e trenta ero già li in piazza, lavato e stirato, pettinato e profumato.
In quella mezz’ora avrò fumato venti sigarette… poi arrivasti tu. Ma non da sola.
Accidenti che strano appuntamento, io e cinque ragazze. Mi avevi detto si, che saresti venuta a ballare con me, ma non mi avevi detto che venivi con la scorta.
Quindi, io da solo e cinque ragazze da portare in balera.
Andammo in quella balera a palafitta sul fiume, e tutta la sera ho ballato con le tue amiche, liscio e poi liscio e poi liscio ancora.. tutta una serata in liscio, anche con te. Quante volte ballammo insieme io e te, due o tre?
Macchè, talmente poche che mi ricordo bene, anzi benissimo, infatti una… una sola volta ballammo insieme ed era un ballo di gruppo. Poi come Cenerentola sul più bello te ne sei andata., ma almeno lei arrivo a mezzanotte, tu e le tue amiche alle undici vi siete volatilizzate.
Eppure non mi sono dato per vinto.
Ormai sapevo che esistevi, che eri vera , che non appartenevi ai miei sogni dovevo rivederti e dirti che mi ero innamorato di te, che non potevo più vivere senza di te.
Prima che prendessi il volo quella sera riuscii a strapparti un altro appuntamento, il sabato successivo, alla stessa ora. Passo in fretta quella settimana e questa volta, alle cinque e trenta in piazza Grande davanti al bar centrale non ero solo. Quattro compagni di fabbrica erano con me, solo che tu venisti sola. Dovetti velocemente far sparire quella buona compagnia.
Solita balera, e tutto filo liscio questa volta,. Non so era mezzanotte quando ti lasciasti baciare per la prima volta, ma era una notte speciale. Guardai la luna e lei sorrise, ti strinsi a me e avevo paura che tu svanissi in quella notte di maggio.

III

Tu abitavi allora, all’inizio del paese ma si potrebbe dire anche alla fine del paese, a seconda dei punti di vista.
Erano una delle ultime case, abitavi da sola, che coraggio.
Un bel giorno raggiunta la maggior età hai salutato i tuoi genitori e tua sorella e te ne sei andata di casa.
Una piccola casa, una cucina grande abitabile, una cameretta, un bagno e anche un balconcino dove ogni tanto mettevi esposta la bandiera rossa.
Io invece abitavo con i miei, e tu quante volte me lo hai rimproverato. Mi dicevi: “Forza andiamo a convivere con fanno dei veri compagni. Basta con le regole dello stato borghese”.
Ma come facevo a darti ascolto, non potevo certo dare un dispiacere ai miei genitori. Loro cattolici praticanti e ferventi, mio padre la domenica serviva messa e mia madre tutte le sere andava in chiesa a recitare il rosario e poi la messa. Già tolleravano che il fatto che avevo smesso di frequentare la chiesa e che ero diventato comunista, ma di dargli un dispiacere nell’andare a convivere senza sposarmi in chiesa non me la sentivo.
Io volevo sposarmi… ma non c’erano i soldi e poi eravamo così giovani.
Però il sabato sera dormivo regolarmente da te. Cena o meglio pizza e balera tutti i sabati sera.
Eravamo iscritti allo stesso sindacato, tu come semplice delegata io invece facevo già parte della segreteria provinciale, in compenso tu eri una grande attivista nel partito, è così mi hai preso per mano e mi hai introdotto nel partito… ma una condizione la domenica dovevi venire a la partita della “Fulgens”, la squadra del paese che militava nel campionato d’Eccellenza.
E così la nostra settimana trascorreva tra il lavoro, il partito e il sindacato fino al venerdì ma il sabato sera si andava a ballare e la domenica alla stadio (chiamarlo così è una esagerazione) a vedere la “Fulgens”.
Ricordo ancora le nostre riunioni al partito, i collettivi e le scelte politiche, i lunghi discorsi sull’essere di sinistra e cosa voleva dire essere di sinistra. E poi nei nostri discorsi c’era sempre lui: Enrico Berlinguer, il grande compagno Enrico. Stravedevi per lui, non perdevi occasione di parlare di lui, e non ti perdevi un suo discorso o che fosse trasmesso alla radio o sui trascritto sui giornali. Anzi molte volte mi leggevi i suoi interventi pubblicati sull’Unita, quasi fossero lettere d’amore.
Un giorno per il mio compleanno mi regalasti un cornice di legno intarsiato, quando scartai il pacchetto che conteneva il quadro dentro la cornice c’era la foto di Enrico Berlinguer.
Mi dicevi ogni compagno che si rispetti devi avere un nome di battaglia, e così decisi di avere anch’io un nome di battaglia: “Enrico”. Compagno Enrico era il mio nome di battaglia.
Molte volte quando facevamo l’amore mi sussurravi all’orecchio: “forza Compagno Enrico, ti amo da morire compagno Enrico”.
Ricordo tante cose vissute con te Gisella.
Ricordi quando siamo andati a manifestare a Roma, quella grande manifestazione contro il governo. Da tutta Italia scendemmo a Roma a manifestare contro i governo.
Facemmo la colletta nelle fabbriche per trovare i soldi per affittare i pullman per andare nella capitale. Il sindacato aveva deciso che ogni fabbrica avrebbe fatto il suo pullman, e questo significava viaggiare in due pullman diversi, ma io e te avevamo deciso di andare a Roma insieme, sullo stesso pullmam.
Riunioni su riunioni per decidere come organizzare i pullman, infine in una riunione decisiva tu ti alzasti e dicesti: “Compagni cosa è questo pensiero borghese, se ci dividiamo in fabbriche noi ci dividiamo in classe e dividiamo la classe operaia, non credo che questo sia il pensiero del compagno Enrico. Noi del viale delle fabbriche ci dobbiamo unire in unico corteo che viaggia verso Roma, quindi uniremo gli operai e le operaie e saliremo sui pullman senza guardare a quale fabbrica appartiamo.”
Più o meno il discorso era questo.
La nostra linea passò. Partimmo il sabato alle tre di notte. Tu e le tue amiche sul pullman insieme a me e ai miei amici. Eravamo così euforici che cantammo canzoni delle classe operaia per oltre due ore, poi crollammo e dormimmo fino alle porte di Roma.
Alle otto eravamo alle porte della città, appuntamento alle dieci in una piazza del centro. Da li il corteo si sarebbe mosso per andare fino al palazzo del governo. Che emozione passeggiare per le vie del centro di quella città meravigliosa. Giungemmo alla piazza intorno alle dieci e via corteo. Noi, eravamo come sempre in prima fila, aprivamo il corteo del viale delle fabbriche del nostro paese.
Mani sullo striscione e fischietto il bocca per me, tu al mio fianco una mano poggiata allo striscione e con l’altra tenevi un megafono con il quale incitavi il corteo.
Alle due il corteo era sciolto, appuntamento al pullman alle 17.00 non oltre in caso ci perdevamo di vista, e noi ci perdemmo di vista tutti gli altri. E così di corsa per vedere il più possibile della città. Piazza Colonna, poi di corsa e fontana di Trevi (tu buttasti una monetina nella fontana), e poi di corsa a Piazza Venezia e da lì per via dei Fori Imperiali fino al Colosseo.
Arrivammo al pullman con mezz’ora di ritardo e ci beccammo i rimbrotti di quasi tutti i compagni, solo i nostri amici ridevamo con noi, ricordo il Mario che insisteva per sapere il quale albergo ci eravamo fermati a dormire, ma io avevo invece un mal di piedi.
Come partimmo tu appoggiasti il tuo capo sulla spalla e di addormentasti, io poggia il mio capo su di te, accidenti come ero felice. forse fu quello il nostro viaggio di nozze?

IV

Poi cominciarono le nostre divergenze.
Il compagno Berlinguer se ne era andato, dopo due anni che stavamo insieme ed altri compagni presero il suo posto. Tu hai cominciato ad avercela con la sinistra. Dicevi spesso: “L’ultimo vero uomo della sinistra ci ha lasciato, cosa sarà della sinistra?”
Ad Enrico subentrò il compagno Alessandro Natta, poi arrivo l’era del compagno Occhetto. E per la sinistra italiana, arrivo il tempo della spaccatura.
Anche per noi arrivo il tempo della spaccatura.
Tu volevi che io prendessi un decisione definitiva, lasciare i miei genitori e venire a vivere con te, senza matrimonio. Mi dicevi : “Sono ormai sette anni che siamo fidanzati, sei abbastanza grande, devi decidere”.
Io ero sempre più impegnato nel sindacato e tu in politica
Avevamo perso l’abitudine di andare in balera, ed a vedere la “Fulgens” la domenica pomeriggio.Di fatto ci andavo ormai da solo, ma sempre meno spesso.
Passavamo i nostri sabato sera in casa a vedere la Tv e tu spesso borbottavi : ci stiamo imborghesendo sempre più. Un sabato sera litigammo.
Il motivo scatenante della nostra lite fu l’intervento di un compagno al congresso nazionale della nostra sinistra. Tu non lo condividevi in nessun punto, mentre ne difendevo le idee di fondo.
Dicevi: “basta con questo rinnegare le nostre radici della sinistra”. Ed io ti dicevo che la sinistra doveva trovare altre strade per allargare il nostro elettorato, bisogna rompere con un passato obsoleto, pieno di scheletri nell’armadio. Affermavo con forza che aveva ragione Gorbaciov che dopo la “ Perestroika ”, necessitava la “Glasnost” anche all’interno della nostra sinistra e poi sostenevo che il centro stava morendo è andava aggredito prima che il centro andasse a destra. Da cosa nasce cosa, mentre parlavamo di politica cominciammo a parlare di noi dei nostri problemi del nostro amore. Tu riaccusavi di non amarti più come un uomo di sinistra, (se ci ripenso una cazzata peggiore non potevi dirla) che mi ero imborghesito. Che eri stanca di quel modo essere innamorati, di un fidanzamento vissuto solo nel weck end. Che non ne potevi più di me e del mio modo di fare, che bisognava cambiare anche il nostro rapporto. Che anche noi come coppia avevamo bisogna di una “Perestroika”.
Quel sabato sera non rimasi a dormire da te. Quando seduti uno di fronte all’altro sfiniti del lungo duello dialettico, o meglio stanchi di litigare, rimanemmo in silenzio, in quel lungo silenzio decisi di andare a dormire casa mia. Senza una parola mi alzai, presi il mio giaccone di pelle, ormai l’eskimo era finito in soffitta, tu non dicesti una parola per fermarmi…
Era una fredda sera di gennaio. Il cielo era coperto, nella notte nevicò.
Per tutta la settimana non ti cercai, ero arrabbiato, ma neanche tu mi hai cercato.
L’unica che sapevo con certezza è che eri importante per me, eri la mia vita,
Io ti amavo come la prima volta che ti vidi sul cancello della fabbrica lottare per lo sciopero. Quanto sono stato male quella settimana, mi sentivo morire lontano da te.
Arrivo il sabato e venni prenderti a casa,. Tutta la settimana avevo pensato alle cose che ci eravamo detti, alla nostra storia. Ero deciso ha recuperare la nostra storia. Volevo di dirti che ti amavo e che volevo cambiare le cose… eri cosi bella quella sera.
Non mi lasciasti parlare, come se sapessi già che sarei arrivato ti trovai pronta per uscire … vestita a festa… come eri bella quella sera.
Andammo a mangiare una pizza e poi ballare come nei tempi passati, volevo parlarti non trovai il tempo, ma forse visto il clima non volevo rovinare tutto con un nuova discussione. Anche se poteva essere un discussione chiarificatrice.
A notte fonda stanchi di una serata passare a ballare, ti accompagnai a casa. Tu scendesti e nel vedermi incerto e mi hai detto: “su parcheggia e sali”…
Facemmo l’amore come sempre, quella sera dopo tanto mi sussurrasti come una volta nell’orecchio: “compagno Enrico ti amo”.
Quando apri gli occhi la mattina dopo stavi facendo le valigie.
Prima che io potessi farti una qualunque domanda mi dicesti: “Sai ci ho pensato molto, il partito mi ha dato un incarico nuovo importante a Roma, che io ho accettato. Parto tra un ora. Ci sarà una spaccatura nel partito e io vado nel nuovo partito che ha deciso di restare fedeli agli ideali della sinistra. In giornata dovrò incontrare alcuni vecchi compagni, forse incontrerò anche Cossutta. Avrò un incarico importante nel nuovo partito”.
Rimasi in silenzio. Senza parole e senza mutande in letto in quel momento troppo grande. Non mi avevi mai parlato di tale possibilità.
Capii che tra noi era finita.
Prima di uscire di casa, sei andata sul balcone dove era appesa la bandiera rossa, la prendesti e me la consegnasti… mi chiedesti di farti qualche piccolo favore, di qualche piccola faccenda che era rimasta irrisolta e infine di consegnare le chiavi al padrone di casa.
Poi un solo e semplice: ciao.
E te andasti via.
Oggi te lo posso confidare, dopo che sei uscita ho pianto.
È vero che chi getta una monetina nella Fontana di Trevi, tornerà nella città eterna, chissà se anch’io quel giorno avessi gettato la mia monetina nella fontana.
Non sono mai più tornato a Roma.
Oggi non lavoro più in fabbrica, lavoro a tempo pieno per il sindacato… ma ripenso spesso a quelle lunghe giornate alla Pieretti, alle ragazze del lanificio….

Che cosa ci fai Gisella nella poesia? Forse adesso lo sai.
Un ultima cosa, se mi scriverai ancora dimmi qualcosa di sinistra, della nostra vecchia sinistra.

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